Osare

Giorno 17.Osare

Per oggi avremmo solo poco meno di 200Km da macinare (che equivalgono a 4 ore abbondanti nelle condizioni delle strade locali).
E’ una tappa “breve”: Udaipur – Lakshman Sagar.
Ci lasciamo quindi alle spalle la città dei laghi ai cui lussi ci siamo abbandonati e dai quali ci siamo fatti coccolare (e consapevolmente anche un pò “incullare”, dati i prezzi non proprio “indiani”…)
Decidiamo di osare e complicarci un po la vita deviando dalla via principale anche per vedere il Kumbhalgarh Fort, aggiungendo poco meno di un centinaio di Km alla tappa.
Bastano pochi kilometri fuori dal percorso più battuto per schiantarci contro un’India rurale e totalmente inaspettata. La strada è stretta ma decendemente asfaltata e le curve quasi dolci. Ai lati, come in un loop che si ripete all’infinito, le donne lavano i panni in bacini d’acqua artificiali o raccolgono il riso nei tanti campi che ci circondano. Gli uomini mazzulano buoi per portare acqua dai pozzi ai canali d’irrigazione utilizzando un marchingegno che probabilmente è così da 700 anni … e tutto intorno case. O meglio, capanne. Capanne di paglia. Sulle poche mura di cemento dei tanti villaggi che incontriamo solo due pubblicità (dipinte a mano): il 3G di Airtel e il cemento.
Ci perdiamo.
Totalmente.
Ci fermiamo continuamente per immortalare tutte queste scene irreali. Un presepe vivente.
Tiriamo lungo con i tempi. Troppo. Il santo Google Maps che ci ha guidato egregiamente fino ad ora scazza e ci fa perdere quasi un’ulteriore ora di cammino.
Ci regala però il tramonto vissuto sulla Enfield più bello di sempre. Qualcosa difficilmente raccontabile o riportabile in fotografia.
Anche perché le tante foto fatte sono di Elena fatte in movimento e dall’iPhone. Perché io godo del paesaggio ma guido. Oltre all’estasi del paesaggio ho solo un altro pensiero in testa: evitare di arrivare dopo il tramonto, la regola che ci siamo imposti.
E qui il buio arriva veloce. Il sole comincia a scendere alle 5.30/6 e una ventina di minuti dopo è buio. Un nero assoluto.
E Lakshman Sagar é in mezzo al nulla. 200 Km di foresta tutto intorno. Così come lo é il posto scelto per la notte, un resort trovato quasi a caso prima di patire (così come la meta stessa, sconosciuta anche alla maggior parte dei nostri amici Indiani). Un boutique resort molto carino dal prezzo invitante. Il rischio che sia una pacchianata é dietro l’angolo ma fidiandoci del nostro istinto la notte del 19 Dicembre é segnata per noi qui.
Intanto é buio. Dalle capanne che lambiscono la stretta strada si vedono i fuochi accendersi.
Mancano ancora gli ultimi 24 km e Google maps li da percorribili in 56 minuti. Capisci che l’ultimo tratto di strada non sarà proprio liscissimo e dritto asfalto…
Non sbagli (e nemmeno Google…). Ma vai. Hai solo “fretta” di arrivare perché essere al buio, in mezzo al nulla, in un posto che non conosci e che vedi solo attraverso il cono dei fari fiochi della Enfield non é proprio uno dei tuoi miglior sogni.
Percorri rapide salite, ti incanali in altrettanto ripide e tortuose discese, sfanali e strombazzi il clacson ad ogni curva per evitare di incrociare la traiettoria con i pochi mezzi che arrivano dalla direzione opposta.
5Km, 4, 3, 2, 1 … per Google Maps ci sei! Ma sei ancora sulla “via” principale ed intorno solo nulla e buio e qualche capanna.
Provi a chiamare il posto. Non risponde.
Riprendi il cammino e ti sposti qualche kilometro più avanti in cerca della connessione così da cercare l’indirizzo preciso online o su altre mappe.
Arrivi ad un passaggio a livello chiuso dove incroci qualche locale a cui cerchi di chiedere indicazioni. Ti riportano sulla via dalla quale sei venuto e ti fanno in qualche modo capire che il posto dovrebbe essere li, da qualche parte. Tra la conversazione difficile, il tuo non vedere nemmeno una luce, un cartello o una stradina di accesso pensi che non troverai il resort e cominci ad ipotizzare un piano di backup. Al pensare di dover trovare un altro posto per passare la notte. Ma sei letteralmente in mezzo al nulla. Non resta che provare e trovare. Intanto passa il treno. Il treno più rumoroso tu abbia mai sentito, a pochi metri dalla ruota anteriore.
Giri indietro e riparti. Ti fermi solo per controllare bene la mappa e per capire che il posto in effetti è visibile dall’alto quindi DEVE esserci (a differenza dell’esperienza fatta a Bikaner, dove il posto cercato per piu di 2 ore sembrava non esistere proprio…).
Noti sulla mappa una minuscola stradina che conduce al posto. E’ la tua speranza. Tenti di incrociarla e ci arrivi proprio davanti. Intravedi un mezzo sentiero nel buio pesto illuminato solo dai tuoi fari e ti convinci che può essere la tua via. La imbocchi con un sentimento misto di speranza e paura. La paura sale quando venite inseguiti da un cane randagio che quasi azzanna una delle sacche sul retro. La speranza si fa più forte quando qualche lucina fioca fioca appare in lontananza e si avvicina. Ancora qualche minuto sulla stradina sterrata e ci siete. Ti accolgono un paio di persone con torce nella semi-oscurità. Per il poco che Elena ed io vediamo la sera, il resort ha qualcosa di magico. La sera stessa regala una stellata incredibile a noi che non eravamo più abituati a vedere le stelle per il troppo inquinamento da almeno un paio di settimane. Il giorno seguente ne scopriamo tutta la bellezza. Il resort é una ex riserva di caccia di fine 800 restrutturata con annessi una dozzina di cottage disposti intorno ad un laghetto artificiale e costruiti con materiale di recupero ed un’attenzione ai dettagli maniacale. Tutto intorno la foresta e gli animali che la abitano e “pascolano” a pochi metri dal tuto cottage. Ce ne innamoriamo e passiamo qui anche il giorno seguente, a dispetto del programma che avevamo pensato. Pushkar – la tappa successiva – può aspettare.